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APPELLO PER LA SOPRAVVIVENZA DI
INFOSHOP MAG 6
Ebbene sì, l’Infoshop
Mag 6 è messo male: il
2006 si è chiuso con un passivo molto pesante e il primo semestre del 2007 conferma
la tendenza del 2006. Da tre anni a questa parte le vendite sono diminuite vistosamente, mentre le spese sono cresciute.
Da cosa è dipeso questo calo? Crediamo che i motivi
principali siano da un lato la crisi economica che rende sempre più difficile
per tante persone mettere mano al portafoglio per acquistare un bene come
il libro, che non è ritenuto di prima necessità; dall’altro lato la
crisi del “movimento”, che ebbe il suo culmine con il social
forum europeo del 2002 e con la campagna del 2003 contro la guerra in Iraq
(quella delle bandiere ai balconi), penalizza certamente una libreria come
la nostra, che ha fatto dei temi di impegno
sociale la propria specializzazione.
E’ d’altra parte un momento molto
difficile per tutte le piccole librerie indipendenti, a fronte invece di
una crescita delle vendite di libri nei
supermercati, nelle librerie di catena e su internet, dove è possibile
acquistare i libri con sconti che noi non possiamo nemmeno lontanamente
permetterci. Mentre le piccole librerie indipendenti hanno dai propri
fornitori sconti che si aggirano attorno al 30%, le catene e i supermercati
hanno sconti che possono arrivare anche al 45-50% e modalità di pagamento decisamente più favorevoli. E quali sono i libri che trovate nelle grandi superfici?
Solo quelli ad alta vendibilità, che non necessariamente sono
anche di alta qualità. E difficilmente riuscirete
a trovare i titoli delle piccole case editrici, che spesso hanno un
progetto culturale di respiro più ampio rispetto a quello dei grandi gruppi
editoriali. Meno librerie indipendenti ci saranno in giro e maggiore sarà
l’omologazione culturale.
Certo, noi ci stiamo rimboccando le maniche e ce la
mettiamo tutta per fare in modo non solo che l’Infoshop Mag 6 continui a
vivere ma che lo faccia conservando la propria
vocazione di libreria che propone solo buoni testi sui temi che ci stanno a
cuore: pace, ecologia, consumo critico, nonviolenza, intercultura, tutti i
temi che caratterizzano il variegato arcipelago della Mag
6 di Reggio Emilia, nel cui seno è nata l’esperienza di Infoshop. Il nostro obiettivo è altresì quello di dare
il nostro piccolo contributo ad una crescita della consapevolezza sui temi
sociali attraverso la presentazione di libri ed incontri con gli autori, i
prossimi dei quali potete leggere qui sotto. Il
nostro impegno per fornire un servizio ricco di qualità può tuttavia non
bastare ed è per questo motivo che chiediamo il vostro aiuto: vi
chiediamo di acquistare i libri da noi, di partecipare alle nostre
presentazioni, di proporcene delle nuove, di collaborare con noi…
Tra le possibili soluzioni che abbiamo individuato
per risollevare le sorti dell’Infoshop, una
si lega allo strumento della tessera prepagata
che già da tempo proponiamo ai frequentatori della
libreria. Si tratta di una scheda a scalare del costo di 90 euro, che però
ne vale 100; in pratica: voi ci date subito 90 euro, che a noi fanno molto comodo come liquidità immediata per pagare i fornitori e
voi ricevete un buono spesa di 100 euro, quindi 10 euro in più. E’
come se aveste uno sconto del 10%, il massimo che
possiamo permetterci.
Quella che avviamo con questa lettera è una campagna
pubblica che ci consenta di arrivare a rilasciare
100 NUOVE TESSERE da qui a Natale.
Se abitate lontano da Reggio Emilia
e vi riesce difficile passare dal nostro negozio,
tenete presente che potete ordinarci i libri via e-mail
oppure direttamente sul nostro sito www.infoshopmag6.it
dove trovate anche le nostre condizioni di vendita
per corrispondenza.
Se non ci conoscete o ci conoscete poco, potete
venire a trovarci nella nuova sede di via Vincenzi, 13/a, in zona Mirabello,
a Reggio Emilia, oppure scriverci o telefonarci. Saremo lieti di
illustrarvi la nostra attività e raccontarvi in modo trasparente tutti i
dettagli della nostra situazione.
Per informazioni: Infoshop Mag 6 libri e cd, via Vincenzi, 13/a; 42100 Reggio Emilia
Tel. Fax 0522.430307; info@infoshopmag6.it; www.infoshopmag6.it
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Sabato 21 gennaio è morto, per un cancro si
polmoni, Ibrahim Rugova.
Per più di dieci anni è stato il leader indiscusso degli albanesi del Kosovo, dalla dichiarazione di indipendenza
nel 1992 che lo vide eleggere presidente con un plebiscito, al difficile
periodo della guerra, in cui si incrinò definitivamente il suo potere,
travolto dalla violenza interna dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk) e da quella
delle autorità serbe.
Di fatto
anche allora, nonostante tutti i riflettori del mondo fossero puntati sulla
regione non si parlò molto della politica del
governo di Rugova, di come, per quasi dieci anni,
il popolo albanese-kosovaro aveva affrontato il
regime repressivo serbo.
Unico caso
in Europa, la resistenza nonviolenta albanese, di cui Rugova
si fece interprete politico, rappresenta un’esperienza straordinaria,
considerando come ci si arrivò, considerando l’adesione pressoché
totale della popolazione e la durata.
L’obiettivo
della nonviolenza è stato raggiunto in una misura difficile da immaginarsi
da chiunque conoscesse le tradizioni bellicose degli albanesi e la loro
lunga storia di ribellioni armate [1], effettivamente
alcuni tratti della cultura albanese derivati dal “Codice di Lek Dukagjini” ( punto
di riferimento tradizionale, in assenza di una vera e propria costituzione)
fomentano questo tipo di giudizi, in particolare il tema della vendetta,
concepita come dovere verso chi reca offesa e ,
particolare sostanziale, verso tutti i membri maschi della relativa
famiglia.
Anche il Kosovo era diviso da faide decennali ( a volte
secolari) che costringevano i maschi di ogni
famiglia in casa da anni. Comprensibilmente era estremamente
difficile , per queste comunità lacerate potere far fronte ai soprusi del
governo serbo.
Questa
considerazione portò vari intellettuali e studiosi, primo fra tutti Anton Cetta, a far emergere
gli elementi di riconciliazione già presenti nel “Codice di Lek”, che attribuivano il coraggio e
l’onore più grandi per quell’uomo che
pur avendone la possibilità anziché cercare il sangue lo
“perdona”[2]
Si
sviluppò da qui la “primavera di riconciliazione” del Kosovo, concretizzata raduni
di centinaia di migliaia di persone in cui centinaia di famiglie si
perdonavano il sangue a vicenda, pubblicamente. Nel maggio 1990, dopo pochi
mesi i raduni furono vietati ufficialmente dalle autorità serbe[3],
che proseguirono anche con misure più repressive, violenze sui partecipanti
e incarcerazioni, tra cui anche quella del professor Cetta.
Ciononostante
il movimento continuò presso le case private fino al
1992, e, soprattutto pose le basi per l’accettazione di massa
della politica nonviolenta sostenuta poi da Rugova.
Basata sul metodo della disobbedienza civile e della resistenza passiva,
premise agli albanesi di costruire un vero e proprio “stato
ombra” trasformando le abitazioni in scuole, ospedali, uffici, capaci
di autogovernarsi per
quasi dieci anni sotto il regime serbo.
Come
abbiamo visto le istanze nonviolente in Kosovo venivano da figure e ambienti esterni all’
LDK (Lega Democratica del Kosovo), il partito di Rugova e furono perseguite dal professore anche come
necessità :
Nei
secoli passati ci sono state tante guerre nei Balcani
e noi albanesi siamo stati accusati di essere dei “destabilizzatori” della pace. Così abbiamo fatto
la scelta della nonviolenza per confutare questa opinione,
per dimostrare falso questo giudizio. Ora abbiamo dato al mondo l’immagine
di un popolo che sceglie la pace, costruendola con i mezzi della
nonviolenza. Certo, la nonviolenza è anche una
necessità, perché da tre anni noi siamo rimasti senza polizia, senza
parlamento, senza governo, perché i serbi hanno espulso gli albanesi da
queste istituzioni: possiamo dire che è una scelta tattica, perché ogni
alternativa sarebbe un suicidio; insieme una scelta strategica, perché
vogliamo dare una garanzia di stabilità a questa parte dei Balcani. Nell’attesa che il mondo si accorga che noi viviamo ignorati e isolati da tutti, e
che tuttavia viviamo. [4]
Così nel
1992, senza ipocrisie, Rugova parlava della
scelta nonviolenta che definisce strategica,
tattica, politica, perché una scelta del genere può anche essere un’
alternativa politica, anche in mezzo a un clima decisamente violento. Un
altro obiettivo fondamentale di questa strategia era
infatti favorire una progressiva internazionalizzazione del
conflitto attraverso la creazione di contatti diplomatici formali,
attraverso partiti, istituzioni, sia informali attraverso associazioni e
organizzazioni della società civile. Si realizzarono solo alcuni contatti
informali, ma non furono sufficienti a sensibilizzare il mondo sul
problema, il mondo non si accorse del Kosovo,
fino all’escalation di violenza che portò alla guerra della Nato, 7
anni dopo.
La
comunità internazionale perse allora una grande occasione,
l’occasione di dimostrare che veramente si preferisce la pace alla
guerra, la nonviolenza alla violenza, invitando tra l’altro, alle
trattative di pace di Rambouillet nel febbraio
del ’99, ben cinque rappresentanti dell’ Uçk.
E ora a
distanza di altri 7 anni il Kosovo
rimane una polveriera, sotto un protettorato ONU, che svolge essenzialmente
la funzione di guardiano, in cui dilaga il contrabbando di armi, droghe e
esseri umani e in cui sembra perduto definitivamente il sogno della multietnicità.
[1] Malcolm Noel “Storia del Kosovo:
dalle origini ai giorni nostri” Milano, 1998.
[2] AA.VV. “ La pace intrattabile :
Kosovo 1999/2000: radiografia del
dopo-bombe” Trieste, 2000.
[3] “Non è consuetudine del Codice albanese fare la
riconciliazione in questo modo e in questi luoghi pubblici; ancora meno che
i musulmani vadano presso la Chiesa cattolica. Ciò evidentemente indica che
il raduno indetto è una brutale dimostrazione della forza di massa, del
popolo, e per questo minaccia già e disturba la pace, la tranquillità degli
altri popoli o minoranze…” Salvoldi,
G. e V. Lush Gjergji
“Kosovo : non
violenza per la riconciliazione”, Bologna, 1999.
[4] Rugova riportato da Salvoldi, G. e V. Lush Gjergji “Kosovo : non violenza per la riconciliazione”, Bologna,
1999.
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