"Io,
sopravvissuta alla bomba atomica" New
York - Intervista a Reiko Yamada, sessant'anni fa bimba ad Hiroshima- Davide
Bolognesi
New York - Al Palazzo di Vetro, nella grande hall
dell'Assemblea Generale in questi giorni si svolge il negoziato di revisione del
Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Proprio sotto l'aula della
Conferenza, vicino alla caffetteria,
c'è un modesto banchetto, con alcuni pannelli. Due anziani seduti al tavolo, un
uomo e una donna, stanno costruendo origami con la carta colorata. Solo un
foglio bianco scritto col pennarello, lascia intuire di che si tratta: "We
are the survivors of the atomic bombs", 'siamo i sopravvissuti della
bomba atomica'.
Mi avvicino per chiedere informazioni e mi rispondono con inchini e sorrisi:
nessuno di loro parla inglese. Vanno allora a chiamare una giovane ragazza
giapponese che ci aiuta nella conversazione. Chiedo alla donna se è disponibile
per una breve intervista. Risponde di sì. Frugo nella borsa per trovare foglio
e penna e, sedutici su tre sedie di fortuna, cominciamo a parlare.
Qual è il suo nome?
Mi chiamo Reiko Yamada, faccio parte della Nihon Hidankyo, l'associazione
dei sopravvissuti delle bombe di Hiroshima e Nagasaki.
Dove abitava?
A Hiroshima. La mia casa si trovava a 2,7 chilometri dall'ipocentro.
Quanti anni aveva quando Hiroshima fu distrutta?
10.
Dove si trovava quel giorno?
A scuola, sebbene fosse agosto, a causa della guerra i bambini non avevano
potuto frequentare regolarmente e quindi non c'era vacanza. Inoltre molti di
noi, a turno, venivano utilizzati dalle autorità civili, per ripulire alcune
rovine dei precedenti bombardamenti. La nostra scuola era però già stata in
parte evacuata a causa dei continui attacchi e molti bambini si trovavano già
fuori città. Io stessa sarei dovuta partire il 9 agosto, cioè tre giorni dopo
la bomba.
Quanto distava la sua scuola dall'ipocentro?
Circa un chilometro e mezzo.
Cosa successe?
Io ed altri bambini eravamo in cortile. Erano le otto del mattino. Come sempre
ci siamo disposti in fila per la cerimonia dell'alzabandiera. Ricordo che il
sole era già alto e c'era molto caldo. Il cielo era completamente terso. In
quei giorni si faceva la fame e per la debolezza e il sole cocente, molti
bambini svenivano. Allora gli insegnanti ci hanno fatto riposare un po'
all'ombra di alcuni alberi. Un bambino che era rimasto in mezzo del cortile ad
un certo punto si mise a gridare: "Ehi, un B-29!"
Cos'è un B-29?
I bombardieri americani. I bambini li conoscevano perché quando questi aerei si
avvicinavano suonava l'allarme, ma non questa volta.
Era l'Enola Gay?
Sì. Ho guardato in aria, e ho visto questo luccichio d'argento nel cielo blu e
dentro di me ho pensato che era bello. Ma non ho fatto in tempo a finire il
pensiero. Subito una luce bianca, come un gigantesco flash di una macchina
fotografica, mi ha accecata. Istintivamente ho pensato di correre verso il
rifugio, ma immediatamente l'onda d'urto mi ha scaraventato al suolo. Quando ho
ripreso conoscenza ero intrappolata sotto un salice che era stato sradicato
dall'esplosione. Sono riuscita a liberarmi, passando attraverso i rami.
Era da sola?
C'erano anche altri ragazzi con me tutti rimasti feriti o bruciati. Abbiamo
cercato di entrare nel bunker che era sulla collina vicino alla scuola. Ma
giunti là, lo abbiamo trovato pieno, e non c'era posto per noi. Tutti i
sopravvissuti del quartiere si erano riversati lì. Siamo rimasti fuori.
Che cosa ha fatto?
Nonostante la stagione, abbiamo cominciato a sentire freddo e cercavamo di stare
vicini per farci caldo. Tremavamo letteralmente dal freddo. Poi il sole si è
oscurato. Un'enorme nuvola grigia aveva coperto tutto il cielo. Allora è
cominciata la "pioggia nera".
Di cosa si tratta?
Il centro della città, colpito dall'esplosione, era tutto a fuoco. Le fiamme
producevano fumo e vortici che si formarono in cielo in un'immensa nuvola
grigia. Venti o trenta minuti in seguito all'esplosione è cominciata a scendere
"la pioggia nera". Le gocce erano cariche di materiale radioattivo,
polveri e fuliggine. Il fenomeno ha interessato un'area di circa 30 chilometri
di diametro.
Cosa ha visto intorno a sé?
La cosa più impressionante è stata vedere la folla che in pochi minuti aveva
occupato le strade, veri e propri fantasmi. Vedevo gente ferita in ogni modo.
Persone bruciate, con la pelle che colava o era strappata via dal corpo, c'erano
cadaveri e corpi con ferite di ogni tipo. La strada era così affollata che non
si riusciva a camminare.
Cos'ha pensato?
Noi non sapevamo niente della bomba atomica. Anche in seguito il governo ha
detto che era stata usata una nuova arma, ma non ha detto per molto tempo di
cosa si trattava. Comunque, ho capito allora che era successo qualcosa di
terribile non solo alla nostra scuola, ma a tutta la città e sono corsa a casa.
Chi c'era a casa?
Mia madre e una delle mie sorelle, che si è salvata perché essendo malata,
quel giorno non è andata a scuola. Tutta la sua classe, che era stata impiegata
nella bonifica dei detriti, il 6 agosto si trovava nel centro della città ed è
stata spazzata via dalla bomba. Mia mamma è rimasta solo leggermente ferita in
faccia.
Cosa ne è stato dei suoi altri familiari?
Mia sorella maggiore si trovava a 1,5 chilometri dall'epicentro, in stazione. È
tornata a casa solo la sera del secondo giorno. Il suo collo e la sua schiena
erano bruciati. Aveva schegge di vetro in tutto il corpo. Non avendo medicine,
mia mamma tagliava dei cetrioli e glieli posava sulle parti ustionate, e noi
facevamo a turni con il ventilatore, notte e giorno. Non smetteva mai di
piangere per il dolore. La mamma della migliore amica di mia sorella aveva
quattro figli e quella mattina era andata in città. Più tardi mi disse che il
giorno dopo una sagoma nera, carbonizzata, si era trascinata in casa, dove i
quattro bimbi aspettavano. Subito pensavano che fosse un cane, poi hanno capito
che era la mamma. Era tornata là solo per rivedere i figli. Lei è morta subito
dopo e i bambini hanno bruciato il cadavere in cortile.
E suo padre?
Mio padre era il più vicino all'epicentro, circa un chilometro. Si trovava in
un palazzo ed è rimasto sepolto sotto le macerie. Incredibilmente però è
riuscito ad uscirne. Quando è tornato a casa era una maschera di sangue. Era
ferito ovunque. Anche lui aveva schegge di vetro in tutto il corpo per
l'esplosione delle finestre. Molte vittime della bomba hanno sopportato la
sofferenza di decine di schegge piantate nel corpo, perché i vetri degli
edifici scoppiavano con incredibile violenza. Ancora oggi, alcuni sopravvissuti
hanno pezzi di vetro sotto la pelle.
Suo padre è guarito?
Mio padre è morto di tumore vent'anni dopo la bomba. Tutti gli anni successivi
sono stati per lui di indicibili sofferenze.
Come vi siete mantenuti?
Mio padre aveva fuori città un azienda agricola con alcuni dipendenti. Siamo
sopravvissuti grazie a quella.
Quali danni ha subito la città nel suo complesso?
È difficile dire con precisione quanti abitanti vi fossero, perché la bomba ha
distrutto tutti gli archivi, comunque alcune stime parlano di circa 280.000
abitanti, più forse 40.000 militari. In tutto si calcola che vi fossero in
Hiroshima circa 320.000 persone. Per l'esposizione alle radiazioni, l'onda
d'urto, le ustioni ed ogni altro tipo di ferita sono morte quel giorno o i
successivi circa 140.000 persone. Molti hanno però continuato a morire con gli
anni. Tumori e leucemie si sviluppavano spesso anche decine di anni dopo
l'esplosione. Il tasso di frequenza di tali malattia è a Hiroshima molto sopra
la norma. I sopravvissuti erano soggetti a depressione e il loro organismo,
indebolito nelle difese immunitarie, particolarmente esposto ad ogni altro tipo
di malattia. Tra i feti che hanno sperimentato quelli che non sono morti hanno
spesso sviluppato deformazioni genetiche. Molti di loro sono nati microcefali. E
poi c'è la questione della seconda generazione. I figli dei bambini di allora
hanno mostrato un tasso di deformazioni eccezionale.
Cosa ha fatto il governo giapponese per aiutare le vittime?
Per molti anni né le forze di occupazione americane, né successivamente il
governo giapponese hanno aiutato i sopravvissuti. C'era perfino il divieto di
parlare o di scrivere qualsiasi cosa sulla bomba, sui danni provocati e sulle
centinaia di migliaia di morti. I sopravvissuti sono stati persino discriminati
socialmente, direi ghettizzati, per il timore di contaminazioni. Abbiamo
cominciato a vedere un bagliore di speranza nel 1956 con la fondazione
dell'organizzazione, che è stata resa possibile dal movimento civile sorto
spontaneamente dopo il 1 marzo 1954, quando gli Stati Uniti lanciarono la bomba
all'idrogeno per un test.
Cosa chiede oggi la vostra organizzazione?
I nostri obiettivi sono chiarissimi. Lottiamo per l'abolizione totale delle armi
nucleari, per un risarcimento dei danni causati dalla bomba e per una politica
del nostro governo in favore dei sopravvissuti, vorremmo che gli USA chiedessero
scusa e riconoscessero che il lancio della bomba è stato un crimine contro
l'intera umanità. Infine promuoviamo la solidarietà internazionale tra tutte
le vittime del nucleare.
Cosa si aspetta dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare, in corso proprio
qui sopra di noi?
Una cosa sola, gliel'ho già detto. Mai più bombe nucleari. Sogniamo un mondo
libero da queste armi.
Grazie del suo tempo e della sua testimonianza.
Grazie a lei per aiutarci a far conoscere la nostra testimonianza. Vorremmo che
fosse utile affinché nessuno, mai più, debba soffrire quello che abbiamo
sofferto noi.