Informazione e potere
Questo per noi è un punto veramente cruciale e da esso sono scaturite tutte le riflessioni che ci hanno portato a progettare un Centro di Documentazione e Ricerca, per sottrarci alla somministrazione, nostro malgrado quasi obbligatoria ed inevitabile, di pillole di pensiero unico, pregne di enorme valenza culturale, potenti perché seducenti, credibili perché omologate, accettate perché quasi totalmente pervasive ed invasive.
In tale saturazione abbiamo sentito la necessità di prenderci un spazio. Anzi, di riprenderci. Siamo consapevoli del fatto che la fonte del potere è il controllo dell’informazione e degli strumenti della sua diffusione, siano essi i pulpiti, le scuole, le arti, la radio, i quotidiani, le televisioni. Il Centro di Documentazione che noi sognamo è perciò un centro alternativo prima di tutto al linguaggio del potere, agli orizzonti culturali proposti dal potere, e alla visione del mondo, espressa dai canali della comunicazione ufficiale. Al primo congresso nazionale della Rete di Lilliput, tenutosi nel 2000 a Marina di Massa, Riccardo Petrella disse: “non ci può essere cambiamento politico se non c’è una nuova narrazione del mondo”. E questo significa che il mondo è come lo si narra, e noi per costruire qualcosa di nuovo, per realizzare i sogni, dobbiamo partire da una nuova narrazione. INCONTROTEMPO vuol essere uno strumento per una nuova narrazione, perché può essere un laboratorio di idee, di scavo e di ricerca della verità (e vorremmo sottolineare di ricerca della verità, che non significa possesso). 
Qualcosa sul nostro linguaggio
Anche il linguaggio riflette e determina un modo di pensare ed un modo di comportarsi. Il mondo diverso che vogliamo costruire comincia dal linguaggio diverso che stiamo costruendo a fatica. Ma già per noi sono importanti alcune parole chiave. Anzitutto pace, nonviolenza ed educazione ai conflitti. Non diciamo semplicemente conflitti. Diciamo piuttosto pace, nonviolenza, educazione… E questa terminologia indica la nostra volontà di approfondire un ambito particolare, che è quello della trasformazione nonviolenta dei conflitti. Ma il nostro linguaggio non è edulcorato dalle parole che evocano morte e distruzione. Ci sono anche le guerre, perché vogliamo capirle, studiarle e spegnerle. Le guerre da noi stanno a fianco del disarmo, non da sole, sovrane, distruttrici, inevitabili. Un altro punto cruciale sarà quella dell’economia di giustizia. E non diciamo economia: diciamo economia di giustizia, perché indichiamo così il nostro sforzo a mettere a fuoco le alternative a questo sistema, distinguendo l’economia globale, quella del mercato neoliberista e capitalista, imposta al mondo intero, e le economie altre, anche quelle del baratto, quelle tribali, quelle di tante persone sconosciute che vivono nella sobrietà e nel rispetto degli altri e del pianeta . Noi diciamo commercio equo e solidale, a costo di predicare la banalità che le regole del commercio devono essere rispettose dell’ambiente, dei diritti delle persone e delle culture. Diciamo finanza etica, ribadendo quanto riteniamo ovvio: che i soldi non hanno coscienza di per sé e macinano tutto e tutti quelli che si trovano sulla loro strada. Diciamo stili di vita perché tali scelte non sono solo opzioni politiche ma s’infiltrano nel nostro quotidiano. Non diciamo paesi poveri ma diciamo paesi impoveriti che hanno pagato, e pagano ancora, un pesante ed ingiusto debito ad un mondo occidentale di usurai planetari. Noi diciamo: è il mondo occidentale ad essere in debito! Diciamo informazione e cultura, non diciamo spettacolo, pubblicità, immagine sterile. E a fianco dell’informazione scriviamo e diciamo potere, per sottolineare come questi due campi siano legati a filo doppio, l’una è la chiave dell’altro, e viceversa. Diciamo rispetto: rispetto per ogni cultura e per ogni religione, per ogni individuale pensiero. Perché le idee non devono essere strumento e causa di discriminazione o demonizzazione. Non esistono voci che possano non essere ascoltate. Diciamo diritti umani: no alla tortura, no alla repressione, no alla brutalità occulta di certi poteri che con questi strumenti si mantengono tali, nell’indifferenza generale. Non diciamo brevetti di forme viventi ma diciamo biodiversità. Biodiversità della flora, della fauna e delle culture che non possono arbitrariamente essere trasformate in un prodotto di mercato. La vita non si brevetta. Non diciamo inquinamento o progresso folle, piuttosto diciamo ecologia e futuro sostenibile per sottolineare il fatto che il nostro rapporto con la terra è vitale, che la terra è la casa dove abitiamo, il cibo che ci nutre, l’acqua che ci purifica, l’aria che respiriamo. Come diceva il capo Seattle: “siamo figli della terra e chi sputa sulla terra si sputa addosso”. Diciamo infine organizzazioni e movimenti, perché la vera base politica e la vera sovranità risiedono negli uomini che si uniscono senza creare élite, per decidere e creare insieme il mondo di oggi e di domani, perché il vero diritto è quello non del profitto cieco ma della socialità. Perciò noi non dimentichiamo le diverse culture, e i migranti. Ci sentiamo loro compagni di viaggio, carovana di uomini che si sposta in cerca di un mondo diverso armati solo di speranza.
INCONTROTEMPO
Ma soprattutto INCONTROTEMPO vuole essere un’officina politica, e qui veniamo alle ragioni principali che ci spingono a proporre un progetto di questo tipo. Noi crediamo che la politica debba essere riabilitata e restituita al suo significato più alto. Noi diciamo che il nostro centro è politico, ma conosciamo naturalmente la differenza tra politico e partitico. Forse il significato della politica è stato logorato proprio dalla consuetudine degli schieramenti. Fare politica non può essere ingrossare le fila del proprio gruppo di interesse ideologico, economico, etnico o d’altro tipo, non può essere la difesa di egoismi corporativi. Forse bisogna tornare a capire che la politica è l’opposto di tutto questo, e, se ci è permesso scomodare Don Milani, possiamo dire che “se c’è un problema e se ne esce da soli questa è cupidigia, se se ne esce insieme, questa si chiama politica”. Quindi ci sentiamo chiamati in causa perché la democrazia non rimanga cosa morta. Noi abbiamo la responsabilità della democrazia, e non abbiamo il diritto di delegarla a nessuno, non abbiamo il diritto di delegare ad altri questa responsabilità. Abbiamo il dovere di assumercela, e di rendere la democrazia viva e partecipata. Noi siamo consapevoli di questo. Questa consapevolezza è il motore del nostro tentativo di creare uno strumento par partecipare alla democrazia. Non ci basta il diritto di voto. Noi chiediamo anche il diritto di essere informati. Lo chiediamo alle istituzioni, al comune, allo stato, alla società civile, a tutti quanti. Chiediamo a tutti di capire che INCONTROTEMPO è soprattutto un tentativo di democrazia, di esercitare un diritto, di ottemperare a un dovere. Per il nostro operato chiediamo l’aiuto e la collaborazione di tutti voi: singoli ed associazioni di ogni estrazione, lingua, cultura. Chiediamo la partecipazione di tutti coloro che condividono con noi il rifiuto della violenza – in ogni sua forma, – il desiderio di un’informazione non schiava delle logiche di potere, il sogno di cambiare questo pianeta cambiando per primi noi stessi: sconfiggendo la nostra passività, la nostra indifferenza, la nostra – talvolta colpevole – ignoranza… Chiediamo l’amicizia di chi cerca, costruisce, studia e propone alternative… di chi crede che un altro mondo è possibile!
Estratto (integrato e riadattato al contesto) dal discorso di Atlantide all’assemblea di presentazione del Nodo di Reggio Emilia della Rete di Lilliput, il 30 giugno 2001
