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Lectio Facilior. Una via di fuga che si impara in fretta.

(di Maria Ruozzi)

La scuola è il luogo dove ho passato e, credo, passerò, gran parte della mia vita. Prima da studentessa, ora da insegnante.

“Il livello della scuola si è abbassato, non ci sono più gli studenti di una volta, ai nostri tempi non era così…”. Ogni insegnante, di ogni generazione, si lamenta allo stesso modo. Eppure in quelle affermazioni c’è ben più di un fondo di verità. Chiunque (anche non insegnante), entrando in classe potrebbe notare la differenza degli studenti di oggi, rispetto a quelli del passato, più o meno recente.

La cartina tornasole è il latino. Odiato, ritenuto inutile, dileggiato o guardato con sufficienza persino dai colleghi che insegnano altro, il povero latino si vendica mostrando impietosamente tutti i limiti di chi si accinge a impararlo.

“Ma proooooof…” mi dice una mia studentessa spalancando gli occhioni blu e scuotendo i riccioli “è difficilissima!” (la versione). “Prof, ma cosa vuol dire leonis che non lo trovo sul dizionario?”  fa eco un suo compagno che esibisce una kefiyyah rosa al collo (evidentemente i militanti di oggi si sono un po’ addolciti..). “Ma cos’è questa desinenza in u che non l’abbiamo mai trovata?” dice un altro che evidentemente ha dormito le ultime due settimane in cui abbiamo trattato la quarta declinazione. “Ragazzi, il latino va S-T-U-D-I-A-T-O!” scandisco rassegnata. “Ma io HO studiato, ben due ore ieri pomeriggio!” Mi dice occhi blu pestando i piedi, convinta di essere una martire del latino.

No, non bastano due ore il giorno prima del compito in classe per imparare il latino. Con due ore prima della verifica non si impara nessuna materia, ma, se uno è sveglio, può saltarci fuori in qualche altro compito in classe; non in latino. Perché quello che serve per apprendere un sistema linguistico così differente è tanto tempo e tanta fatica.

E la fatica sembra che non paghi in questo mondo, dove sembra che tutto sia disponibile con il minimo sforzo e subito. Poveri ragazzotti… illusi da chi presenta loro persone arrivate al “successo” (ergo alla fama televisiva) apparentemente senza fatica. Non che tutte le mie studentesse e i miei studenti vogliano diventare veline e tronisti, assolutamente! Non è di questo che voglio parlare, tanti se ne sono già riempiti la bocca, come se questa generazione non avesse altri sogni che questo.

La mia impressione è che non siano abituati alla fatica, alla difficoltà, perché non comprendono il premio che sta dietro le ore spese sui libri: non la capacità di tradurre i testi latini (cosa avrà mai da dirmi un Cicerone che parla di vecchiaia, pensa la ragazza dagli occhi blu), non il bel voto in pagella (importante è arrivare al sei, anzi al cinquevirgolasettantacinque che poi diventa sei, pensa il ragazzo con la kefiyyah); il premio è qualcosa di più intangibile:

è la capacità di stare sulle cose, di analizzare, di discernere, nel senso latino dis-cernere, dividere le cose per guardarci dentro;

è la capacità di avere dubbi, di pensare che potrebbero esserci anche altre possibilità;

è la capacità di ascoltare, di dialogare con chi è molto lontano da noi;

è la capacità di scegliere.

A questo pensavo rileggendo un libro di filologia dell’università che spiega come riconoscere gli errori di copiatura dai testi antichi e fare la scelta (lectio) migliore. “Poiché la tendenza normale è di semplificare, di banalizzare, di eliminare la parola o la costruzione inconsueta, la regola è praestat difficilior lectio[1]”, è preferibile la scelta più difficile.

Non è un caso che lectio, da cui l’italiano lezione, in latino voglia dire scelta, le due cose sono collegate: ogni volta che semplifichiamo troppo, ogni volta che ci accontentiamo della soluzione facile, del monopensiero, ci togliamo e togliamo ai nostri figli o ai nostri allievi un po’ di libertà di scelta. Che è poi la base della democrazia.

Certo, se ci fossero più risorse per la scuola, se gli insegnanti giovani non fossero sballottati da una scuola all’altra nella precarietà più assoluta, se le classi non fossero di trenta alunni, scegliere sarebbe più facile.

Ma questa è un’altra storia.


[1] West, Martin L., Critica del testo e tecnica dell’edizione, l’Epos, Palermo,1991, p.52.